Per approdare a Wall Street ha offerto ai suoi clienti una giornata in beauty farm a 19 euro anziché a 100, una cena al ristorante a un terzo del prezzo del menù e una seduta dal parrucchiere scontata di 40 euro.
Parliamo di Groupon, la community di acquisto locale che, sulla scia dell’entrata del social network per professionisti LinkedIn, ha deciso di approdare in Borsa. E in veste di società quotata l’obiettivo sarebbe già chiaro: guadagnare subito 750 milioni di dollari e per i fondatori portare a casa un bottino di 7 miliardi di dollari. Un traguardo ambizioso incoraggiato però dal breve passato di Groupon che è balzata da un fatturato di 3.3milioni di dollari nel 2009 per approdare a 644.7 nel primo trimestre del 2011.
Anche Google alla fine dell’anno scorso aveva avanzato l’ipotesi di acquisto ed era disposta a rilevare la piattaforma di social deal per 6 miliardi di dollari. Che poco dopo l’offerta si sono rivelati insufficienti. Ma il rifiuto non ha fermato il colosso di Mountain View che, intuite le potenzialità di business e fatturato, ha lanciato Google Offers, un sito clone di Groupon, per facilitare l’incontro a livello locale tra clienti e fornitori di servizi sul web. Più precisamente attraverso l’invio di e-mail promozionali e messaggi sui social network come Facebook, Twitter e Google Buzz. Al momento è attivo solo in alcune città americane, ma nei prossimi mesi è possibile che Google decida di estenderlo ad altri paesi.
Sempre attento a entrare nei business che contano, ‘Big G’ aveva fiutato l’affare da mesi: il meccanismo dell’acquisto scontato online, infatti, funziona molto bene. E soprattutto in tempi di crisi, in cui risparmiare è la parola d’ordine.
Il trend del social deal di Groupon, infatti, in Italia sta rivoluzionando il mercato dell’e-commerce e riscuote grande successo. Anche la Casaleggio&Associati nel suo Rapporto Annuale sul commercio elettronico diffuso ad aprile 2011 ha riconosciuto il ruolo di leader della community di acquisto: “nel 2010 – è riportato nel rapporto – l’e-commerce in Italia è cresciuto ancora a due cifre (+43% rispetto al 2009), laddove l’aumento è dovuto oltre che ad una crescita fisiologica e ad una maggior diffusione della Rete, anche all’ingresso di nuovi player mondiali come Groupon e Amazon, sia in termini di volumi complessivi che di polarizzazione, si manifesteranno nel prossimo biennio con l’assorbimento, o con la scomparsa, di molte realtà nazionali di medie e piccole dimensioni.”
E a rincorrere il successo di Groupon dopo Google Offers ci prova anche Amazon che nella città di Boise in Idaho ha appena lanciato Amazon Local. Anche in questo caso si tratta di social deal, con sconti uguali o superiori al 50%. Il test in Idaho potrebbe però ampliarsi a tutti i paesi in cui opera Amazon e di conseguenza anche in Italia.
L’approdo in Borsa intanto è atteso con trepidazione anche dagli altri social network tra cuiPandora, la radio web più diffusa al mondo, e Twitter. Facebook, invece, non ha ancora manifestato alcun desiderio di sbarcare a Wall Street. Secondo le prime stime degli analisti, Groupon potrebbe arrivare ad essere valutata 20 miliardi di dollari. Una cifra che, se confermata, dopo l’ingresso nel mondo delle quotazioni diventa il record di offerta pubblica iniziale (IPO) per un social network.
Navigatori approdati
venerdì 10 giugno 2011
Groupon vola in borsa, la nuova tendenza è l’acquisto sociale e locale
Per approdare a Wall Street ha offerto ai suoi clienti una giornata in beauty farm a 19 euro anziché a 100, una cena al ristorante a un terzo del prezzo del menù e una seduta dal parrucchiere scontata di 40 euro.
Parliamo di Groupon, la community di acquisto locale che, sulla scia dell’entrata del social network per professionisti LinkedIn, ha deciso di approdare in Borsa. E in veste di società quotata l’obiettivo sarebbe già chiaro: guadagnare subito 750 milioni di dollari e per i fondatori portare a casa un bottino di 7 miliardi di dollari. Un traguardo ambizioso incoraggiato però dal breve passato di Groupon che è balzata da un fatturato di 3.3milioni di dollari nel 2009 per approdare a 644.7 nel primo trimestre del 2011.
Anche Google alla fine dell’anno scorso aveva avanzato l’ipotesi di acquisto ed era disposta a rilevare la piattaforma di social deal per 6 miliardi di dollari. Che poco dopo l’offerta si sono rivelati insufficienti. Ma il rifiuto non ha fermato il colosso di Mountain View che, intuite le potenzialità di business e fatturato, ha lanciato Google Offers, un sito clone di Groupon, per facilitare l’incontro a livello locale tra clienti e fornitori di servizi sul web. Più precisamente attraverso l’invio di e-mail promozionali e messaggi sui social network come Facebook, Twitter e Google Buzz. Al momento è attivo solo in alcune città americane, ma nei prossimi mesi è possibile che Google decida di estenderlo ad altri paesi.
Sempre attento a entrare nei business che contano, ‘Big G’ aveva fiutato l’affare da mesi: il meccanismo dell’acquisto scontato online, infatti, funziona molto bene. E soprattutto in tempi di crisi, in cui risparmiare è la parola d’ordine.
Il trend del social deal di Groupon, infatti, in Italia sta rivoluzionando il mercato dell’e-commerce e riscuote grande successo. Anche la Casaleggio&Associati nel suo Rapporto Annuale sul commercio elettronico diffuso ad aprile 2011 ha riconosciuto il ruolo di leader della community di acquisto: “nel 2010 – è riportato nel rapporto – l’e-commerce in Italia è cresciuto ancora a due cifre (+43% rispetto al 2009), laddove l’aumento è dovuto oltre che ad una crescita fisiologica e ad una maggior diffusione della Rete, anche all’ingresso di nuovi player mondiali come Groupon e Amazon, sia in termini di volumi complessivi che di polarizzazione, si manifesteranno nel prossimo biennio con l’assorbimento, o con la scomparsa, di molte realtà nazionali di medie e piccole dimensioni.”
E a rincorrere il successo di Groupon dopo Google Offers ci prova anche Amazon che nella città di Boise in Idaho ha appena lanciato Amazon Local. Anche in questo caso si tratta di social deal, con sconti uguali o superiori al 50%. Il test in Idaho potrebbe però ampliarsi a tutti i paesi in cui opera Amazon e di conseguenza anche in Italia.
L’approdo in Borsa intanto è atteso con trepidazione anche dagli altri social network tra cuiPandora, la radio web più diffusa al mondo, e Twitter. Facebook, invece, non ha ancora manifestato alcun desiderio di sbarcare a Wall Street. Secondo le prime stime degli analisti, Groupon potrebbe arrivare ad essere valutata 20 miliardi di dollari. Una cifra che, se confermata, dopo l’ingresso nel mondo delle quotazioni diventa il record di offerta pubblica iniziale (IPO) per un social network.
Parliamo di Groupon, la community di acquisto locale che, sulla scia dell’entrata del social network per professionisti LinkedIn, ha deciso di approdare in Borsa. E in veste di società quotata l’obiettivo sarebbe già chiaro: guadagnare subito 750 milioni di dollari e per i fondatori portare a casa un bottino di 7 miliardi di dollari. Un traguardo ambizioso incoraggiato però dal breve passato di Groupon che è balzata da un fatturato di 3.3milioni di dollari nel 2009 per approdare a 644.7 nel primo trimestre del 2011.
Anche Google alla fine dell’anno scorso aveva avanzato l’ipotesi di acquisto ed era disposta a rilevare la piattaforma di social deal per 6 miliardi di dollari. Che poco dopo l’offerta si sono rivelati insufficienti. Ma il rifiuto non ha fermato il colosso di Mountain View che, intuite le potenzialità di business e fatturato, ha lanciato Google Offers, un sito clone di Groupon, per facilitare l’incontro a livello locale tra clienti e fornitori di servizi sul web. Più precisamente attraverso l’invio di e-mail promozionali e messaggi sui social network come Facebook, Twitter e Google Buzz. Al momento è attivo solo in alcune città americane, ma nei prossimi mesi è possibile che Google decida di estenderlo ad altri paesi.
Sempre attento a entrare nei business che contano, ‘Big G’ aveva fiutato l’affare da mesi: il meccanismo dell’acquisto scontato online, infatti, funziona molto bene. E soprattutto in tempi di crisi, in cui risparmiare è la parola d’ordine.
Il trend del social deal di Groupon, infatti, in Italia sta rivoluzionando il mercato dell’e-commerce e riscuote grande successo. Anche la Casaleggio&Associati nel suo Rapporto Annuale sul commercio elettronico diffuso ad aprile 2011 ha riconosciuto il ruolo di leader della community di acquisto: “nel 2010 – è riportato nel rapporto – l’e-commerce in Italia è cresciuto ancora a due cifre (+43% rispetto al 2009), laddove l’aumento è dovuto oltre che ad una crescita fisiologica e ad una maggior diffusione della Rete, anche all’ingresso di nuovi player mondiali come Groupon e Amazon, sia in termini di volumi complessivi che di polarizzazione, si manifesteranno nel prossimo biennio con l’assorbimento, o con la scomparsa, di molte realtà nazionali di medie e piccole dimensioni.”
E a rincorrere il successo di Groupon dopo Google Offers ci prova anche Amazon che nella città di Boise in Idaho ha appena lanciato Amazon Local. Anche in questo caso si tratta di social deal, con sconti uguali o superiori al 50%. Il test in Idaho potrebbe però ampliarsi a tutti i paesi in cui opera Amazon e di conseguenza anche in Italia.
L’approdo in Borsa intanto è atteso con trepidazione anche dagli altri social network tra cuiPandora, la radio web più diffusa al mondo, e Twitter. Facebook, invece, non ha ancora manifestato alcun desiderio di sbarcare a Wall Street. Secondo le prime stime degli analisti, Groupon potrebbe arrivare ad essere valutata 20 miliardi di dollari. Una cifra che, se confermata, dopo l’ingresso nel mondo delle quotazioni diventa il record di offerta pubblica iniziale (IPO) per un social network.
Groupon vola in borsa, la nuova tendenza è l’acquisto sociale e locale
Per approdare a Wall Street ha offerto ai suoi clienti una giornata in beauty farm a 19 euro anziché a 100, una cena al ristorante a un terzo del prezzo del menù e una seduta dal parrucchiere scontata di 40 euro.
Parliamo di Groupon, la community di acquisto locale che, sulla scia dell’entrata del social network per professionisti LinkedIn, ha deciso di approdare in Borsa. E in veste di società quotata l’obiettivo sarebbe già chiaro: guadagnare subito 750 milioni di dollari e per i fondatori portare a casa un bottino di 7 miliardi di dollari. Un traguardo ambizioso incoraggiato però dal breve passato di Groupon che è balzata da un fatturato di 3.3milioni di dollari nel 2009 per approdare a 644.7 nel primo trimestre del 2011.
Anche Google alla fine dell’anno scorso aveva avanzato l’ipotesi di acquisto ed era disposta a rilevare la piattaforma di social deal per 6 miliardi di dollari. Che poco dopo l’offerta si sono rivelati insufficienti. Ma il rifiuto non ha fermato il colosso di Mountain View che, intuite le potenzialità di business e fatturato, ha lanciato Google Offers, un sito clone di Groupon, per facilitare l’incontro a livello locale tra clienti e fornitori di servizi sul web. Più precisamente attraverso l’invio di e-mail promozionali e messaggi sui social network come Facebook, Twitter e Google Buzz. Al momento è attivo solo in alcune città americane, ma nei prossimi mesi è possibile che Google decida di estenderlo ad altri paesi.
Sempre attento a entrare nei business che contano, ‘Big G’ aveva fiutato l’affare da mesi: il meccanismo dell’acquisto scontato online, infatti, funziona molto bene. E soprattutto in tempi di crisi, in cui risparmiare è la parola d’ordine.
Il trend del social deal di Groupon, infatti, in Italia sta rivoluzionando il mercato dell’e-commerce e riscuote grande successo. Anche la Casaleggio&Associati nel suo Rapporto Annuale sul commercio elettronico diffuso ad aprile 2011 ha riconosciuto il ruolo di leader della community di acquisto: “nel 2010 – è riportato nel rapporto – l’e-commerce in Italia è cresciuto ancora a due cifre (+43% rispetto al 2009), laddove l’aumento è dovuto oltre che ad una crescita fisiologica e ad una maggior diffusione della Rete, anche all’ingresso di nuovi player mondiali come Groupon e Amazon, sia in termini di volumi complessivi che di polarizzazione, si manifesteranno nel prossimo biennio con l’assorbimento, o con la scomparsa, di molte realtà nazionali di medie e piccole dimensioni.”
E a rincorrere il successo di Groupon dopo Google Offers ci prova anche Amazon che nella città di Boise in Idaho ha appena lanciato Amazon Local. Anche in questo caso si tratta di social deal, con sconti uguali o superiori al 50%. Il test in Idaho potrebbe però ampliarsi a tutti i paesi in cui opera Amazon e di conseguenza anche in Italia.
L’approdo in Borsa intanto è atteso con trepidazione anche dagli altri social network tra cuiPandora, la radio web più diffusa al mondo, e Twitter. Facebook, invece, non ha ancora manifestato alcun desiderio di sbarcare a Wall Street. Secondo le prime stime degli analisti, Groupon potrebbe arrivare ad essere valutata 20 miliardi di dollari. Una cifra che, se confermata, dopo l’ingresso nel mondo delle quotazioni diventa il record di offerta pubblica iniziale (IPO) per un social network.
Parliamo di Groupon, la community di acquisto locale che, sulla scia dell’entrata del social network per professionisti LinkedIn, ha deciso di approdare in Borsa. E in veste di società quotata l’obiettivo sarebbe già chiaro: guadagnare subito 750 milioni di dollari e per i fondatori portare a casa un bottino di 7 miliardi di dollari. Un traguardo ambizioso incoraggiato però dal breve passato di Groupon che è balzata da un fatturato di 3.3milioni di dollari nel 2009 per approdare a 644.7 nel primo trimestre del 2011.
Anche Google alla fine dell’anno scorso aveva avanzato l’ipotesi di acquisto ed era disposta a rilevare la piattaforma di social deal per 6 miliardi di dollari. Che poco dopo l’offerta si sono rivelati insufficienti. Ma il rifiuto non ha fermato il colosso di Mountain View che, intuite le potenzialità di business e fatturato, ha lanciato Google Offers, un sito clone di Groupon, per facilitare l’incontro a livello locale tra clienti e fornitori di servizi sul web. Più precisamente attraverso l’invio di e-mail promozionali e messaggi sui social network come Facebook, Twitter e Google Buzz. Al momento è attivo solo in alcune città americane, ma nei prossimi mesi è possibile che Google decida di estenderlo ad altri paesi.
Sempre attento a entrare nei business che contano, ‘Big G’ aveva fiutato l’affare da mesi: il meccanismo dell’acquisto scontato online, infatti, funziona molto bene. E soprattutto in tempi di crisi, in cui risparmiare è la parola d’ordine.
Il trend del social deal di Groupon, infatti, in Italia sta rivoluzionando il mercato dell’e-commerce e riscuote grande successo. Anche la Casaleggio&Associati nel suo Rapporto Annuale sul commercio elettronico diffuso ad aprile 2011 ha riconosciuto il ruolo di leader della community di acquisto: “nel 2010 – è riportato nel rapporto – l’e-commerce in Italia è cresciuto ancora a due cifre (+43% rispetto al 2009), laddove l’aumento è dovuto oltre che ad una crescita fisiologica e ad una maggior diffusione della Rete, anche all’ingresso di nuovi player mondiali come Groupon e Amazon, sia in termini di volumi complessivi che di polarizzazione, si manifesteranno nel prossimo biennio con l’assorbimento, o con la scomparsa, di molte realtà nazionali di medie e piccole dimensioni.”
E a rincorrere il successo di Groupon dopo Google Offers ci prova anche Amazon che nella città di Boise in Idaho ha appena lanciato Amazon Local. Anche in questo caso si tratta di social deal, con sconti uguali o superiori al 50%. Il test in Idaho potrebbe però ampliarsi a tutti i paesi in cui opera Amazon e di conseguenza anche in Italia.
L’approdo in Borsa intanto è atteso con trepidazione anche dagli altri social network tra cuiPandora, la radio web più diffusa al mondo, e Twitter. Facebook, invece, non ha ancora manifestato alcun desiderio di sbarcare a Wall Street. Secondo le prime stime degli analisti, Groupon potrebbe arrivare ad essere valutata 20 miliardi di dollari. Una cifra che, se confermata, dopo l’ingresso nel mondo delle quotazioni diventa il record di offerta pubblica iniziale (IPO) per un social network.
giovedì 9 giugno 2011
LE POLITICHE SOCIALI PAGANO GLI ERRORI SULLA BANDA LARGA?
Lo scorso 5 maggio la Conferenza unificata ha approvato il decreto di riparto del Fondo nazionale per le politiche sociali (Fnps) per l’anno 2011. Complessivamente sono stati attributi 218 milioni di euro, meno di 4 euro per abitante, una cifra irrisoria rispetto alle dimensioni della povertà e della deprivazione delle famiglie. Con “senso di responsabilità”, le Regioni e i Comuni hanno espresso intesa sul provvedimento, accelerando così l’erogazione degli stanziamenti, ma hanno espresso preoccupazione per una serie di fattori, uno dei quali rischia di passare inosservato.
In sede di riparto del Fnps (ormai diventato un lumicino, con il quale le amministrazioni locali possono fare ben poco) le risorse sono state decurtate di 55 milioni, accantonati per coprire (eventuali) minori entrate derivanti dalla cessione delle frequenze per i servizi di comunicazione a banda larga. E così le politiche sociali pagano le carenze della politica sulle frequenze. Come è potuto succedere? La ricostruzione della storia non è facile e si scontra con il crescente mutismo della normativa: una sequenza di riferimenti normativi, a dispetto degli obblighi di semplificazione e chiarezza nei documenti pubblici (il decreto fa riferimento “all’articolo 1, comma 13 della legge 13 dicembre 2010, n. 220”, nonché “al D.L. n. 225 del 29 dicembre 2010, convertito, con modificazioni, dalla legge 26 febbraio 2011, n.10”. I quali, a loro volta, fanno riferimento “all’articolo 17, comma 12, della legge 31 dicembre 2009, n.196” e “all’articolo 21, comma 5, lettera b) della citata legge n. 196”). Con un po’ di pazienza è possibile ricostruire la vicenda. A fine dicembre il Governo aveva previsto 2,4 miliardi di entrate dalla vendita delle frequenze, ma aveva anche anticipato che “nel caso in cui si verifichino o siano in procinto di verificarsi scostamenti rispetto alla previsione” avrebbe provveduto alla riduzione lineare delle spese di ciascun ministero (con la sola eccezione del Fondo per l’università, della ricerca e del 5 per mille). Di qui l’accantonamento di 55 milioni, sottratti alle politiche sociali per il contrasto della povertà e la coesione sociale.
Una brutta vicenda di scarsa trasparenza, tagli occulti, norme oscure e redistribuzione perversa.
In sede di riparto del Fnps (ormai diventato un lumicino, con il quale le amministrazioni locali possono fare ben poco) le risorse sono state decurtate di 55 milioni, accantonati per coprire (eventuali) minori entrate derivanti dalla cessione delle frequenze per i servizi di comunicazione a banda larga. E così le politiche sociali pagano le carenze della politica sulle frequenze. Come è potuto succedere? La ricostruzione della storia non è facile e si scontra con il crescente mutismo della normativa: una sequenza di riferimenti normativi, a dispetto degli obblighi di semplificazione e chiarezza nei documenti pubblici (il decreto fa riferimento “all’articolo 1, comma 13 della legge 13 dicembre 2010, n. 220”, nonché “al D.L. n. 225 del 29 dicembre 2010, convertito, con modificazioni, dalla legge 26 febbraio 2011, n.10”. I quali, a loro volta, fanno riferimento “all’articolo 17, comma 12, della legge 31 dicembre 2009, n.196” e “all’articolo 21, comma 5, lettera b) della citata legge n. 196”). Con un po’ di pazienza è possibile ricostruire la vicenda. A fine dicembre il Governo aveva previsto 2,4 miliardi di entrate dalla vendita delle frequenze, ma aveva anche anticipato che “nel caso in cui si verifichino o siano in procinto di verificarsi scostamenti rispetto alla previsione” avrebbe provveduto alla riduzione lineare delle spese di ciascun ministero (con la sola eccezione del Fondo per l’università, della ricerca e del 5 per mille). Di qui l’accantonamento di 55 milioni, sottratti alle politiche sociali per il contrasto della povertà e la coesione sociale.
Una brutta vicenda di scarsa trasparenza, tagli occulti, norme oscure e redistribuzione perversa.
Poniamo dunque ai ministri Tremonti (Economia) e Sacconi (Lavoro e politiche sociali) le seguenti domande: a quanto ammonta il minor gettito dalla banda larga? Come erano state fatte le previsioni? Dove sono stati operati i tagli? Con quali criteri? Quando e come verranno reintegrati i fondi? A quale nozione di equità si ispirano i tagli lineari?
Allarme di Confindustria «Stop ripresa, Italia schiacciata»
Il rapporto: «Paese schiacciato tra recessione violenta e ripresa lenta»
La fase di recupero dopo la crisi economica in Italia ha «frenato» dopo il primo semestre 2010. «La produzione industriale italiana è quasi ferma ai livelli dell'estate 2010», con un +0,1% di crescita media mensile da luglio 2010 a marzo 2011, «e dista dal massimo precrisi (-26,1%) ancora molto, -17,5%». Lo rileva il rapporto sugli scenari industriali del Centro Studi di Confindustria che sottolinea: «Il Paese rimane ad alta vocazione industriale ma spicca per la flessione dell'attività registrata nell'ultimo triennio (-17% cumulato), doppia o tripla di quelle delle maggiori concorrenti (peggio ha fatto solo la Spagna)». I nostri imprenditori «devono essere tre volte più bravi degli altri» per sopravvivere «in un contesto competitivo così carente», è il commento del direttore del centro studi, Luca Paolazzi
lunedì 30 maggio 2011
"evento storico" su Internet senza il "popolo" di Internet
Si può organizzare un "evento storico" su Internet senza il "popolo" di Internet? Si può esaltare il ruolo di Internet nel rendere possibili cambiamenti democratici e poi essere reticenti o silenziosi sulla effettiva tutela dei diritti fondamentali in rete? Si può definire Internet "un bene comune" e poi affermare l'opposto, la sua sottomissione alla logica della proprietà privata?
Sì, è possibile, per quanto contraddittorio o paradossale ciò possa apparire. È accaduto la settimana scorsa tra Parigi e Deauville, in occasione del G8 che Nicolas Sarkozy ha voluto far precedere da un grande incontro dedicato appunto ai problemi di Internet. Mettere questo tema al centro dell'attenzione mondiale poteva essere un fatto significativo se fosse stato accompagnato da presenze, proposte, conclusioni davvero corrispondenti alle dinamiche innovative, alle opportunità, alle sfide difficili che ogni giorno Internet propone a miliardi di persone. Non è stato così. Le molte parole dedicate a Internet nel comunicato finale del G8 sono vaghe quando si parla di libertà e diritti, e terribilmente precise quando vengono in campo gli interessi. Un esito prevedibile e previsto. Nelle parole di apertura di Sarkozy, infatti, Internet non è il più grande spazio pubblico che l'umanità abbia conosciuto. È, invece, un continente da "civilizzare", dunque un luogo dove si manifestano in primo luogo fenomeni negativi che devono essere eliminati.
Questo rovesciamento di prospettive non sorprende. Sarkozy è il governante che più ha sostenuto la necessità di affrontare i problemi del diritto d'autore unicamente con norme repressive, riproponendo in ogni occasione la sua legge Hadopi come modello, e che ha subordinato il rispetto della stessa libertà di espressione alle esigenze di forme generalizzate di controllo (è appena uscita in Francia una raccolta di analisi critiche delle sue politiche dal titolo Sarkozysme et droits fondamentaux de la personne humaine). È il politico che affida la "grandeur" francese ad una agenzia pubblicitaria, che ha organizzato l'incontro di Parigi, e la fa puntellare dalla presenza di quei padroni del mondo digitale che si chiamano Google, Microsoft, Facebook, che tuttavia hanno profittato dell'occasione per rivendicare un intoccabile potere.
Il comunicato finale del G8 rispecchia largamente questo spirito. Si parla del ruolo fondamentale di Internet nel favorire i processi democratici, ma non compare neppure un pallido accenno alle persecuzioni contro chi adopera la rete come strumento di libertà, alle decine di bloggers in galera in diversi paesi totalitari, alle forme indirette di censura in paesi democratici. Si subordina così il rispetto dei diritti fondamentali, della libertà di manifestazione del pensiero in primo luogo, alle logiche della sicurezza e del mercato, con un evidente passo indietro rispetto a quanto è da tempo stabilito, ad esempio, dal Patto sui diritti economici, sociali e culturali dell'Onu. Si inneggia alla presenza di tutti gli "stakeholders", dunque di tutti gli attori dei processi messi in moto da Internet, ma poi si opera una drastica riduzione di queste presenze a qualche ministro francese (assenti i politici di altri paesi, in particolare gli americani notoriamente assai critici) e ai rappresentanti delle grandi imprese.
Una scelta così clamorosa e spudorata, che ha portato persino alla esclusione dei rappresentanti delle istituzioni che assicurano il funzionamento di Internet (Icann, Isoc), ha provocato una reazione dei pochi rappresentanti della società civile lì presenti, che hanno improvvisato una dura conferenza stampa, dove hanno preso la parola personalità rappresentative e tutt'altro che estremiste, come Lawrence Lessig e Yochai Benkler.
Siamo in presenza di una preoccupante regressione politica e culturale. L'esclusione degli altri attori, del popolo di Internet, ha determinato la cancellazione delle più interessanti elaborazioni e proposte di questi anni su modalità e principi ai quali riferirsi per il funzionamento di Internet.
Siamo tornati alla contrapposizione frontale tra regolatori, identificati con chi vuole imporre alla rete controlli autoritari, e difensori di una libertà in rete identificata con la libertà d'impresa. è stata ignorata la dimensione "costituzionale", quella che mette al primo posto una serie di principi fondamentali che tutti, legislatori e imprese, devono rispettare. Così stando le cose, sono ben fondate le critiche di chi ha parlato di un "takeover" dei governi su Internet, di una dichiarata volontà politica di mettere le mani sulla rete. E si è svelato pure il significato del richiamo al diritto di accesso da parte delle imprese.
Quando Eric Schimdt, parlando per Google, ha detto che l'unico compito dei governi deve essere quello di assicurare a tutti l'accesso ad Internet, certamente ha colto un punto essenziale, come dimostrano le molte costituzioni e leggi che in tutto il mondo stanno affrontando questo tema. Ma la sua indicazione si concreta poi in una richiesta volta soprattutto a rendere possibile la fornitura di servizi capaci di generare crescenti risorse pubblicitarie (ultimo Google Wallet), dunque di immergere sempre più profondamente le persone nella logica del consumo, mentre altra cosa è il libero accesso alla conoscenza in rete.
Certo, le imprese fanno il loro mestiere. Ma la loro capacità di produrre innovazione non può tradursi nella legittimazione ad essere gli unici regolatori di Internet. Perché è proprio così, dal momento che dispongono delle informazioni sui loro utenti, che sono i decisori unici e finali di molte controversie su che cosa deve entrare o rimanere in rete, che troppe volte hanno accettato le imposizioni di governi con l'argomento che stare sul mercato significa rispettare le regole nazionali, che esercitano un enorme potere economico.
I pallidi e retorici accenni alla privacy nel comunicato del G8, l'assenza di riferimenti alle posizioni dominanti di molte imprese, rivelano l'intento di una politica che vuole salvaguardare i propri poteri autoritari riconoscendo alle imprese un potere altrettanto autoritario. Inquieta, poi, la mancata analisi del tema della neutralità della rete, essenziale presidio per libertà e eguaglianza.
Ma questo disegno, questa nuova distribuzione del potere planetario non sono una via regia che potrà essere percorsa senza resistenze. Si potrà far leva sulle stesse contraddizioni del comunicato, cercando di rovesciarne le gerarchie e mettendo così al primo posto i riferimenti a libertà e diritti, alla pluralità degli attori.
Alla povertà e all'autoritarismo di quel comunicato si potrà opporre la ricchezza del rapporto dell'Onu sulla libertà di espressione che sarà presentato nei prossimi giorni a Ginevra. Peraltro, non sembra che tutti i governi siano pronti ad identificarsi con quella linea, come già mostrano alcune indirette riserve americane e le interessanti dichiarazioni del ministro degli Esteri tedesco. E soprattutto i soggetti e i progetti cancellati dal G8 con una mossa autoritaria rimangono vitalissimi e con essi, con la forza propria di Internet, bisognerà pure fare i conti.
La grande partita politica di Internet rimane aperta.
Sì, è possibile, per quanto contraddittorio o paradossale ciò possa apparire. È accaduto la settimana scorsa tra Parigi e Deauville, in occasione del G8 che Nicolas Sarkozy ha voluto far precedere da un grande incontro dedicato appunto ai problemi di Internet. Mettere questo tema al centro dell'attenzione mondiale poteva essere un fatto significativo se fosse stato accompagnato da presenze, proposte, conclusioni davvero corrispondenti alle dinamiche innovative, alle opportunità, alle sfide difficili che ogni giorno Internet propone a miliardi di persone. Non è stato così. Le molte parole dedicate a Internet nel comunicato finale del G8 sono vaghe quando si parla di libertà e diritti, e terribilmente precise quando vengono in campo gli interessi. Un esito prevedibile e previsto. Nelle parole di apertura di Sarkozy, infatti, Internet non è il più grande spazio pubblico che l'umanità abbia conosciuto. È, invece, un continente da "civilizzare", dunque un luogo dove si manifestano in primo luogo fenomeni negativi che devono essere eliminati.
Questo rovesciamento di prospettive non sorprende. Sarkozy è il governante che più ha sostenuto la necessità di affrontare i problemi del diritto d'autore unicamente con norme repressive, riproponendo in ogni occasione la sua legge Hadopi come modello, e che ha subordinato il rispetto della stessa libertà di espressione alle esigenze di forme generalizzate di controllo (è appena uscita in Francia una raccolta di analisi critiche delle sue politiche dal titolo Sarkozysme et droits fondamentaux de la personne humaine). È il politico che affida la "grandeur" francese ad una agenzia pubblicitaria, che ha organizzato l'incontro di Parigi, e la fa puntellare dalla presenza di quei padroni del mondo digitale che si chiamano Google, Microsoft, Facebook, che tuttavia hanno profittato dell'occasione per rivendicare un intoccabile potere.
Il comunicato finale del G8 rispecchia largamente questo spirito. Si parla del ruolo fondamentale di Internet nel favorire i processi democratici, ma non compare neppure un pallido accenno alle persecuzioni contro chi adopera la rete come strumento di libertà, alle decine di bloggers in galera in diversi paesi totalitari, alle forme indirette di censura in paesi democratici. Si subordina così il rispetto dei diritti fondamentali, della libertà di manifestazione del pensiero in primo luogo, alle logiche della sicurezza e del mercato, con un evidente passo indietro rispetto a quanto è da tempo stabilito, ad esempio, dal Patto sui diritti economici, sociali e culturali dell'Onu. Si inneggia alla presenza di tutti gli "stakeholders", dunque di tutti gli attori dei processi messi in moto da Internet, ma poi si opera una drastica riduzione di queste presenze a qualche ministro francese (assenti i politici di altri paesi, in particolare gli americani notoriamente assai critici) e ai rappresentanti delle grandi imprese.
Una scelta così clamorosa e spudorata, che ha portato persino alla esclusione dei rappresentanti delle istituzioni che assicurano il funzionamento di Internet (Icann, Isoc), ha provocato una reazione dei pochi rappresentanti della società civile lì presenti, che hanno improvvisato una dura conferenza stampa, dove hanno preso la parola personalità rappresentative e tutt'altro che estremiste, come Lawrence Lessig e Yochai Benkler.
Siamo in presenza di una preoccupante regressione politica e culturale. L'esclusione degli altri attori, del popolo di Internet, ha determinato la cancellazione delle più interessanti elaborazioni e proposte di questi anni su modalità e principi ai quali riferirsi per il funzionamento di Internet.
Siamo tornati alla contrapposizione frontale tra regolatori, identificati con chi vuole imporre alla rete controlli autoritari, e difensori di una libertà in rete identificata con la libertà d'impresa. è stata ignorata la dimensione "costituzionale", quella che mette al primo posto una serie di principi fondamentali che tutti, legislatori e imprese, devono rispettare. Così stando le cose, sono ben fondate le critiche di chi ha parlato di un "takeover" dei governi su Internet, di una dichiarata volontà politica di mettere le mani sulla rete. E si è svelato pure il significato del richiamo al diritto di accesso da parte delle imprese.
Quando Eric Schimdt, parlando per Google, ha detto che l'unico compito dei governi deve essere quello di assicurare a tutti l'accesso ad Internet, certamente ha colto un punto essenziale, come dimostrano le molte costituzioni e leggi che in tutto il mondo stanno affrontando questo tema. Ma la sua indicazione si concreta poi in una richiesta volta soprattutto a rendere possibile la fornitura di servizi capaci di generare crescenti risorse pubblicitarie (ultimo Google Wallet), dunque di immergere sempre più profondamente le persone nella logica del consumo, mentre altra cosa è il libero accesso alla conoscenza in rete.
Certo, le imprese fanno il loro mestiere. Ma la loro capacità di produrre innovazione non può tradursi nella legittimazione ad essere gli unici regolatori di Internet. Perché è proprio così, dal momento che dispongono delle informazioni sui loro utenti, che sono i decisori unici e finali di molte controversie su che cosa deve entrare o rimanere in rete, che troppe volte hanno accettato le imposizioni di governi con l'argomento che stare sul mercato significa rispettare le regole nazionali, che esercitano un enorme potere economico.
I pallidi e retorici accenni alla privacy nel comunicato del G8, l'assenza di riferimenti alle posizioni dominanti di molte imprese, rivelano l'intento di una politica che vuole salvaguardare i propri poteri autoritari riconoscendo alle imprese un potere altrettanto autoritario. Inquieta, poi, la mancata analisi del tema della neutralità della rete, essenziale presidio per libertà e eguaglianza.
Ma questo disegno, questa nuova distribuzione del potere planetario non sono una via regia che potrà essere percorsa senza resistenze. Si potrà far leva sulle stesse contraddizioni del comunicato, cercando di rovesciarne le gerarchie e mettendo così al primo posto i riferimenti a libertà e diritti, alla pluralità degli attori.
Alla povertà e all'autoritarismo di quel comunicato si potrà opporre la ricchezza del rapporto dell'Onu sulla libertà di espressione che sarà presentato nei prossimi giorni a Ginevra. Peraltro, non sembra che tutti i governi siano pronti ad identificarsi con quella linea, come già mostrano alcune indirette riserve americane e le interessanti dichiarazioni del ministro degli Esteri tedesco. E soprattutto i soggetti e i progetti cancellati dal G8 con una mossa autoritaria rimangono vitalissimi e con essi, con la forza propria di Internet, bisognerà pure fare i conti.
La grande partita politica di Internet rimane aperta.
giovedì 2 dicembre 2010
Mercatino di Natale 2010
Dal 3 al 8 dicembre 2010 nel piazzale del Centro Culturale Polifunzionale di Bagnoli della Rosandra-Bolijunec dalle ore 10,00 alle ore 20,00 di ogni giorno, tradizionale appuntamento con il mercatino di Natale di Bagnoli, bigiotteria, hobbistica, artigianato e prodotti tipici della zona. Vi aspettiamo non mancate l'occasione per fare splendidi e originali regali natalizi. Vi consigliamo lo stand di Giuly Bijoux. Vedi piantina a piè di pagina.
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