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giovedì 16 giugno 2011

CHI HA PAURA DELLE PROVE INVALSI?

di Pietro Cipollone 14.06.2011
Quest'anno, più che in passato, le prove Invalsi sono state accompagnate da proteste e polemiche. Sembra perciò utile ripercorrere tutta la vicenda. Dalle ragioni che nel 2008 hanno spinto il ministero dell'Istruzione ad avviare un sistema di rilevazione degli apprendimenti degli studenti, alla soluzione proposta dall'Invalsi, fino a discutere la questione delle prove e degli esami di terza media. Tutto il processo ha lo scopo di fornire informazioni comparabili per aiutare le scuole a compiere scelte didattiche consapevoli.
Dal film "La classe", di Laurent Cantet (2008)

Nei giorni scorsi si sono svolte le prove Invalsi. Quest’anno, più che in passato, sono state accompagnate da proteste e polemiche per i presunti danni che arrecherebbero alla scuola italiana.
IL PROBLEMA
Forse è utile fornire qualche informazione che rimetta nella giusta prospettiva le ragioni che ormai tre anni fa spinsero il ministro dell’Istruzione a chiedere all’Invalsi, Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione, un piano per dotare il nostro paese di un sistema dirilevazione degli apprendimenti degli studenti. La richiesta venne dall’allora ministro Giuseppe Fioroni e fu poi confermata dall’attuale ministro Mariastella Gelmini.
L’Invalsi predispose un piano che prevedeva l’entrata a regime del sistema in tre anni a partire dalla scuola primaria (a.s. 2008-09) per proseguire con quella secondaria di primo grado (a.s. 2009-10) e infine con la scuola secondaria di secondo grado (2010-11).
Nel farlo, l’Invalsi ha dovuto dare risposta ad alcune delle questioni che sono state discusse sui giornali in questi giorni; le soluzioni trovate sono documentate nei rapporti via via prodotti negli ultimi tre anni e disponibili sul sito dell’Istituto.
Senza dubbio, la più importante tra le questioni affrontate riguarda il perché della misurazione degli apprendimenti (incidentalmente va notato che l’Invalsi con riferimento agli apprendimenti ha sempre parlato di misurare o rilevare mai di valutare). Molta parte della discussione di questi giorni ruota consapevolmente o meno intorno a questa domanda. E da qui perciò occorre partire.
A COSA SERVE LA RILEVAZIONE
Vale la pena osservare che la rilevazione degli apprendimenti è pratica comune nei paesi avanzati: 18 tra i 25paesi Ocse per i quali sono disponibili i dati hanno un sistema di rilevazione degli apprendimenti con prove standardizzate. (1) Evidentemente, esiste un bisogno molto concreto di verificare se i ragazzi che frequentano un sistema scolastico, specialmente a frequenza obbligatoria, hanno risultati di apprendimento ragionevolmente comparabili tra scuola e scuola. È superfluo spiegare le ragioni di equità e di efficienza sottese a questo bisogno.
Ci sono molte opinioni contrastanti circa l’uso più opportuno dei risultati delle prove di apprendimento. Si può discutere se debbano essere messi a disposizione delle famiglie o dell’amministrazione centrale; se sia saggio o meno usarli quale strumento per differenziare le risorse tra scuole. Meno fruttuosa è forse la discussione se usarli per differenziare remunerazione e carriera degli insegnanti: molte ragioni teoriche e tecniche sconsigliano di farlo, e comunque praticamente non c’è sistema scolastico che lo faccia. Le diverse opinioni che si possono avere riguardo a queste questioni riflettono in genere il sistema di accountability preferito. La fattibilità pratica dalle soluzioni proposte dipende dalle concrete condizioni in cui ci si trova a operare.
Tre anni fa era chiaro che sarebbe stato impossibile arrivare a un ampio consenso su queste questioni. Pertanto la scelta fu quella di svincolare la rilevazione degli apprendimenti da qualsiasi modello di accountability, riconoscendo invece che misurare gli apprendimenti era necessario soprattutto per fornire alla singola scuolaalcune informazioni essenziali per una condotta razionale dell’attività didattica. Infatti, in assenza di dati comparabili tra scuola e scuola o all’interno dello stesso istituto, la singola scuola non ha alcuno strumento per capire se e in che misura l’istruzione che sta realmente fornendo ai propri allievi corrisponde a quella che era nelle intenzioni fornire.
L'esigenza conoscitiva circa gli esiti formativi delle singole scuole non nasce con le prove Invalsi, ma è connaturata al servizio scolastico che, per sua natura, è diffuso sul territorio, fornito da operatori molto diversi operanti in strutture organizzative tutt’altro che omogenee.
Per molti anni il sistema scolastico italiano ha cercato di contenere l’eterogeneità degli esiti tra scuole e di assicurare uniformità di servizio attraverso la standardizzazione e l’allocazione centralizzata degli input, l’indicazione prescrittiva dei curriculum e dell’organizzazione della didattica, con un rigoroso controllo degli apprendimenti affidato agli ispettori dell’amministrazione centrale.
Per anni siamo vissuti nell’illusione che questo impianto garantisse uniformità degli esiti anche di fronte ai profondi cambiamenti della scuola e della società che hanno di fatto annullato la capacità dell’amministrazione centrale di garantire un servizio uniforme sul territorio nazionale. Basti citare l’autonomia scolastica e la scomparsa di fatto del corpo ispettivo. Così, gli indicatori tradizionalmente usati per monitorare gli esiti del servizio fornito dalle singole scuole non sono in grado di evidenziare le conseguenze della perdita di direzione da parte dell’amministrazione centrale.
Oggi questi indicatori restituiscono una immagine della scuola italiana come capace di fornire un servizio abbastanza uniforme sul territorio. I tassi di successo e i voti degli esami di terza media e di maturità non segnalano, infatti, grandi differenze geografiche. È questa la realtà della nostra scuola? I livelli di apprendimento sono davvero così uniformi sul territorio? Ovviamente no. Una evidenza statistica incontrovertibile mostra come la nostra scuola fornisca un servizio educativo molto diverso tra scuola e scuola della stessa città, dello stesso quartiere e addirittura tra classe e classe della stessa scuola. Chi dubita di queste affermazioni e non crede all’evidenza statistica può chiedersi perché ogni anno le famiglie con i figli in età scolare dedichino così tanto tempo nella ricerca della “buona scuola” o della “sezione giusta”. Evidentemente c’è la cognizione che ci sia differenza tra scuola e scuola e tra classe e classe.
Come può una scuola orientare le proprie scelte se gli indicatori che usa per monitorare gli esiti delle proprie azioni forniscono indicazioni del tutto fuorvianti? Le scelte compiute dall’Invalsi sono basate sul tentativo di dare risposta a questa domanda.

*Piero Cipollone è ex presidente Invalsi

sabato 11 giugno 2011

RIFORMARE IL REFERENDUM

Sembra quasi paradossale che alcune forze politiche invitino gli elettori a non votare sui quesiti referendari. Ma è un effetto del modo in cui la legge sul referendum è disegnata. Basterebbe adottare il sistema tedesco per eliminare l'anomalia italiana. Vincerebbe sempre l'opzione desiderata dalla maggioranza degli aventi diritto al voto. E avremmo un dibattito e un'informazione più ricchi oltre a una partecipazione ampia dei cittadini al processo decisionale: tutti sintomi di vitalità di una democrazia.
Uno dei principi più vecchi della democrazia è che i cittadini e i politici che li rappresentano debbano confrontare le proprie posizioni in modo aperto e affrontare la scelta dopo aver discusso e difeso pubblicamente le proprie ragioni. Questa scelta in un sistema democratico si estrinseca nel voto. Dal principio discende l’idea che una elevata partecipazione dei cittadini alle scelte sia un bene in sé perché favorisce una miglior rappresentazione della “volontà generale” cara a Rousseau: la partecipazione al voto è così diventata una manifestazione del grado di civismo della comunità con cui infatti viene talvolta misurato.  
IL NODO DEL QUORUM
Sotto questo aspetto è paradossale che possano esistere partiti o forze politiche che di fronte a un quesito referendario invitino l’elettorato a non votare. Ma è quanto accade oggi con i referendum sul nucleare, la privatizzazione dell’acqua e sul legittimo impedimento e quanto è accaduto ripetutamente in passato, con inviti talvolta da destra, talaltra da sinistra, a seconda dell’argomento. Si assiste al fatto che una parte consistente,non dei cittadini ma del corpo politico, fugge dal confronto e invita al non voto. La speranza è che non si raggiunga il quorum del 50 per cento più uno degli aventi diritto e la decisione penda quindi da una parte – lo status quo, il mantenimento della legge esistente. Nel nostro ordinamento, infatti, con i referendum si possono abolire ma non approvare le leggi. L’esistenza di un quorum offre a chi fosse contrario alla abrogazione la possibilità del non-confronto e dell’invito al non voto: l'arma non è disponibile a chi propugna l’abrogazione.
Ma il ricorso a questa strategia è il riflesso del modo in cui la legge sul referendum è disegnata ed è pertanto correggibile. Esiste un modo per eliminare questo incentivo e indurre invece i partiti a fare effettivamente quello che conclamano a parole – invitare sempre i cittadini ad andare a votare? Qui avanziamo una proposta di riforma del quorum che raggiunge questo obiettivo. 
REFERENDUM ALLA TEDESCA
L'anomalia italiana è dovuta alla forma del particolare tipo di quorum scelto dal legislatore. Verrebbe automaticamente eliminata se l'Italia adottasse le regole di voto ai referendum della Germania.
Il sistema italiano richiede affinché il referendum sia valido che almeno il cinquanta per cento degli aventi diritto vadano a votare; una volta accertato il requisito di validità, le norme sottoposte a referendum vengono abrogate se la maggioranza dei votanti si esprime a favore dell’abrogazione.
In Germania la regola di validità di un referendum abrogativo è che almeno il 25 per cento degli aventi diritto al voto si esprimano a favore dell’abrogazione e, una volta accertata questa condizione, il numero di “sì” deve essere comunque più alto del numero di “no” per ottenere l'abrogazione della norma. La ragione per cui le regole tedesche scoraggiano la strategia del non-voto è semplice: se si sospetta che più di un quarto degli aventi diritto possano essere favorevoli alla abrogazione (e gli altri contrari, indecisi o disinformati), in un sistema alla tedesca perseguire la strategia del non voto significa assicurare la vittoria degli “abrogazionisti”. Chi si oppone alla abrogazione di una norma non ha dunque nessuna convenienza a chiedere ai contrari di astenersi non andando alle urne. Deve invece indurli ad andare a votare e deve palesare le proprie argomentazioni per convincere gli indecisi e magari anche far cambiare opinione ai favorevoli alla abrogazione. Ne risulterebbero confronti referendari ricchi di informazione, molto competitivi e agguerriti: un po’ come successe in Italia ai tempi del referendum sul divorzio. L’intensità del dibattito, la ricchezza dell’informazione, la partecipazione ampia al processo decisionale dei cittadini sono tutti sintomi di vitalità di una democrazia. Il meccanismo avrebbe l’effetto di dissuadere partiti e gruppi di pressione dall’adozione di pratiche che alla lunga diseducano i cittadini.
Ne segue che se si adottasse il sistema tedesco l'alternativa vincente sarebbe sempre quella desiderata dallamaggioranza degli aventi diritto al voto. Al contrario, nel nostro sistema attuale può succedere che lo status quo prevalga nonostante la maggioranza sia a favore dell’abrogazione di una norma, e può persino succedere che passi l’abrogazione di una norma che invece godrebbe del supporto della maggioranza dei cittadini. Paradossalmente, il quorum approvativo alla tedesca ottiene anche la massima partecipazione, che è l'obiettivo dichiarato, ma strategicamente disatteso, delle regole vigenti.
La questione che stiamo sollevando non riguarda l'opportunità di cambiare gli incentivi a votare nel referendum alle porte, ma riguarda invece le nostre possibilità future di usare i referendum in modo giusto e non distorto, sia quando i referendum saranno richiesti per l'abrogazione di norme scelte da governi di destra sia quando le parti saranno invertite.

venerdì 10 giugno 2011

Groupon vola in borsa, la nuova tendenza è l’acquisto sociale e locale

Per approdare a Wall Street ha offerto ai suoi clienti una giornata in beauty farm a 19 euro anziché a 100, una cena al ristorante a un terzo del prezzo del menù e una seduta dal parrucchiere scontata di 40 euro.

Parliamo di Groupon, la community di acquisto locale che, sulla scia dell’entrata del social network per professionisti LinkedIn, ha deciso di approdare in Borsa. E in veste di società quotata l’obiettivo sarebbe già chiaro: guadagnare subito 750 milioni di dollari e per i fondatori portare a casa un bottino di 7 miliardi di dollari. Un traguardo ambizioso incoraggiato però dal breve passato di Groupon che è balzata da un fatturato di 3.3milioni di dollari nel 2009 per approdare a 644.7 nel primo trimestre del 2011.

Anche Google alla fine dell’anno scorso aveva avanzato l’ipotesi di acquisto ed era disposta a rilevare la piattaforma di social deal per 6 miliardi di dollari. Che poco dopo l’offerta si sono rivelati insufficienti. Ma il rifiuto non ha fermato il colosso di Mountain View che, intuite le potenzialità di business e fatturato, ha lanciato Google Offers, un sito clone di Groupon, per facilitare l’incontro a livello locale tra clienti e fornitori di servizi sul web. Più precisamente attraverso l’invio di e-mail promozionali e messaggi sui social network come Facebook, Twitter e Google Buzz. Al momento è attivo solo in alcune città americane, ma nei prossimi mesi è possibile che Google decida di estenderlo ad altri paesi.
Sempre attento a entrare nei business che contano, ‘Big G’ aveva fiutato l’affare da mesi: il meccanismo dell’acquisto scontato online, infatti, funziona molto bene. E soprattutto in tempi di crisi, in cui risparmiare è la parola d’ordine.

Il trend del social deal di Groupon, infatti, in Italia sta rivoluzionando il mercato dell’e-commerce e riscuote grande successo.  Anche la Casaleggio&Associati nel suo Rapporto Annuale sul commercio elettronico diffuso ad aprile 2011 ha riconosciuto il ruolo di leader della community di acquisto: “nel 2010 – è riportato nel rapporto – l’e-commerce in Italia è cresciuto ancora a due cifre (+43% rispetto al 2009), laddove l’aumento è dovuto oltre che ad una crescita fisiologica e ad una maggior diffusione della Rete, anche all’ingresso di nuovi player mondiali come Groupon e Amazon, sia in termini di volumi complessivi che di polarizzazione, si manifesteranno nel prossimo biennio con l’assorbimento, o con la scomparsa, di molte realtà nazionali di medie e piccole dimensioni.”

E a rincorrere il successo di Groupon dopo Google Offers ci prova anche Amazon che nella città di Boise in Idaho ha appena lanciato Amazon Local. Anche in questo caso si tratta di social deal, con sconti uguali o superiori al 50%. Il test in Idaho potrebbe però ampliarsi a tutti i paesi in cui opera Amazon e di conseguenza anche in Italia.

L’approdo in Borsa intanto è atteso con trepidazione anche dagli altri social network  tra cuiPandora, la radio web più diffusa al mondo, e TwitterFacebook, invece, non ha ancora manifestato alcun desiderio di sbarcare a Wall Street. Secondo le prime stime degli analisti, Groupon potrebbe arrivare ad essere valutata 20 miliardi di dollari. Una cifra che, se confermata, dopo l’ingresso nel mondo delle quotazioni diventa il record di offerta pubblica iniziale (IPO) per un social network.

Groupon vola in borsa, la nuova tendenza è l’acquisto sociale e locale

Per approdare a Wall Street ha offerto ai suoi clienti una giornata in beauty farm a 19 euro anziché a 100, una cena al ristorante a un terzo del prezzo del menù e una seduta dal parrucchiere scontata di 40 euro.

Parliamo di Groupon, la community di acquisto locale che, sulla scia dell’entrata del social network per professionisti LinkedIn, ha deciso di approdare in Borsa. E in veste di società quotata l’obiettivo sarebbe già chiaro: guadagnare subito 750 milioni di dollari e per i fondatori portare a casa un bottino di 7 miliardi di dollari. Un traguardo ambizioso incoraggiato però dal breve passato di Groupon che è balzata da un fatturato di 3.3milioni di dollari nel 2009 per approdare a 644.7 nel primo trimestre del 2011.

Anche Google alla fine dell’anno scorso aveva avanzato l’ipotesi di acquisto ed era disposta a rilevare la piattaforma di social deal per 6 miliardi di dollari. Che poco dopo l’offerta si sono rivelati insufficienti. Ma il rifiuto non ha fermato il colosso di Mountain View che, intuite le potenzialità di business e fatturato, ha lanciato Google Offers, un sito clone di Groupon, per facilitare l’incontro a livello locale tra clienti e fornitori di servizi sul web. Più precisamente attraverso l’invio di e-mail promozionali e messaggi sui social network come Facebook, Twitter e Google Buzz. Al momento è attivo solo in alcune città americane, ma nei prossimi mesi è possibile che Google decida di estenderlo ad altri paesi.
Sempre attento a entrare nei business che contano, ‘Big G’ aveva fiutato l’affare da mesi: il meccanismo dell’acquisto scontato online, infatti, funziona molto bene. E soprattutto in tempi di crisi, in cui risparmiare è la parola d’ordine.

Il trend del social deal di Groupon, infatti, in Italia sta rivoluzionando il mercato dell’e-commerce e riscuote grande successo.  Anche la Casaleggio&Associati nel suo Rapporto Annuale sul commercio elettronico diffuso ad aprile 2011 ha riconosciuto il ruolo di leader della community di acquisto: “nel 2010 – è riportato nel rapporto – l’e-commerce in Italia è cresciuto ancora a due cifre (+43% rispetto al 2009), laddove l’aumento è dovuto oltre che ad una crescita fisiologica e ad una maggior diffusione della Rete, anche all’ingresso di nuovi player mondiali come Groupon e Amazon, sia in termini di volumi complessivi che di polarizzazione, si manifesteranno nel prossimo biennio con l’assorbimento, o con la scomparsa, di molte realtà nazionali di medie e piccole dimensioni.”

E a rincorrere il successo di Groupon dopo Google Offers ci prova anche Amazon che nella città di Boise in Idaho ha appena lanciato Amazon Local. Anche in questo caso si tratta di social deal, con sconti uguali o superiori al 50%. Il test in Idaho potrebbe però ampliarsi a tutti i paesi in cui opera Amazon e di conseguenza anche in Italia.

L’approdo in Borsa intanto è atteso con trepidazione anche dagli altri social network  tra cuiPandora, la radio web più diffusa al mondo, e TwitterFacebook, invece, non ha ancora manifestato alcun desiderio di sbarcare a Wall Street. Secondo le prime stime degli analisti, Groupon potrebbe arrivare ad essere valutata 20 miliardi di dollari. Una cifra che, se confermata, dopo l’ingresso nel mondo delle quotazioni diventa il record di offerta pubblica iniziale (IPO) per un social network.

Groupon vola in borsa, la nuova tendenza è l’acquisto sociale e locale

Per approdare a Wall Street ha offerto ai suoi clienti una giornata in beauty farm a 19 euro anziché a 100, una cena al ristorante a un terzo del prezzo del menù e una seduta dal parrucchiere scontata di 40 euro.

Parliamo di Groupon, la community di acquisto locale che, sulla scia dell’entrata del social network per professionisti LinkedIn, ha deciso di approdare in Borsa. E in veste di società quotata l’obiettivo sarebbe già chiaro: guadagnare subito 750 milioni di dollari e per i fondatori portare a casa un bottino di 7 miliardi di dollari. Un traguardo ambizioso incoraggiato però dal breve passato di Groupon che è balzata da un fatturato di 3.3milioni di dollari nel 2009 per approdare a 644.7 nel primo trimestre del 2011.

Anche Google alla fine dell’anno scorso aveva avanzato l’ipotesi di acquisto ed era disposta a rilevare la piattaforma di social deal per 6 miliardi di dollari. Che poco dopo l’offerta si sono rivelati insufficienti. Ma il rifiuto non ha fermato il colosso di Mountain View che, intuite le potenzialità di business e fatturato, ha lanciato Google Offers, un sito clone di Groupon, per facilitare l’incontro a livello locale tra clienti e fornitori di servizi sul web. Più precisamente attraverso l’invio di e-mail promozionali e messaggi sui social network come Facebook, Twitter e Google Buzz. Al momento è attivo solo in alcune città americane, ma nei prossimi mesi è possibile che Google decida di estenderlo ad altri paesi.
Sempre attento a entrare nei business che contano, ‘Big G’ aveva fiutato l’affare da mesi: il meccanismo dell’acquisto scontato online, infatti, funziona molto bene. E soprattutto in tempi di crisi, in cui risparmiare è la parola d’ordine.

Il trend del social deal di Groupon, infatti, in Italia sta rivoluzionando il mercato dell’e-commerce e riscuote grande successo.  Anche la Casaleggio&Associati nel suo Rapporto Annuale sul commercio elettronico diffuso ad aprile 2011 ha riconosciuto il ruolo di leader della community di acquisto: “nel 2010 – è riportato nel rapporto – l’e-commerce in Italia è cresciuto ancora a due cifre (+43% rispetto al 2009), laddove l’aumento è dovuto oltre che ad una crescita fisiologica e ad una maggior diffusione della Rete, anche all’ingresso di nuovi player mondiali come Groupon e Amazon, sia in termini di volumi complessivi che di polarizzazione, si manifesteranno nel prossimo biennio con l’assorbimento, o con la scomparsa, di molte realtà nazionali di medie e piccole dimensioni.”

E a rincorrere il successo di Groupon dopo Google Offers ci prova anche Amazon che nella città di Boise in Idaho ha appena lanciato Amazon Local. Anche in questo caso si tratta di social deal, con sconti uguali o superiori al 50%. Il test in Idaho potrebbe però ampliarsi a tutti i paesi in cui opera Amazon e di conseguenza anche in Italia.

L’approdo in Borsa intanto è atteso con trepidazione anche dagli altri social network  tra cuiPandora, la radio web più diffusa al mondo, e TwitterFacebook, invece, non ha ancora manifestato alcun desiderio di sbarcare a Wall Street. Secondo le prime stime degli analisti, Groupon potrebbe arrivare ad essere valutata 20 miliardi di dollari. Una cifra che, se confermata, dopo l’ingresso nel mondo delle quotazioni diventa il record di offerta pubblica iniziale (IPO) per un social network.

giovedì 9 giugno 2011

LE POLITICHE SOCIALI PAGANO GLI ERRORI SULLA BANDA LARGA?

Lo scorso 5 maggio la Conferenza unificata ha approvato il decreto di riparto del Fondo nazionale per le politiche sociali (Fnps) per l’anno 2011. Complessivamente sono stati attributi 218 milioni di euro, meno di 4 euro per abitante, una cifra irrisoria rispetto alle dimensioni della povertà e della deprivazione delle famiglie. Con “senso di responsabilità”, le Regioni e i Comuni hanno espresso intesa sul provvedimento, accelerando così l’erogazione degli stanziamenti, ma hanno espresso preoccupazione per una serie di fattori, uno dei quali rischia di passare inosservato.
In sede di riparto del Fnps (ormai diventato un lumicino, con il quale le amministrazioni locali possono fare ben poco) le risorse sono state decurtate di 55 milioni, accantonati per coprire (eventuali) minori entrate derivanti dalla cessione delle frequenze per i servizi di comunicazione a banda larga. E così le politiche sociali pagano le carenze della politica sulle frequenze. Come è potuto succedere? La ricostruzione della storia non è facile e si scontra con il crescente mutismo della normativa: una sequenza di riferimenti normativi, a dispetto degli obblighi di semplificazione e chiarezza nei documenti pubblici (il decreto fa riferimento “all’articolo 1, comma 13 della legge 13 dicembre 2010, n. 220”, nonché “al D.L. n. 225 del 29 dicembre 2010, convertito, con modificazioni, dalla legge 26 febbraio 2011, n.10”. I quali, a loro volta, fanno riferimento “all’articolo 17, comma 12, della legge 31 dicembre 2009, n.196” e “all’articolo 21, comma 5, lettera b) della citata legge n. 196”). Con un po’ di pazienza è possibile ricostruire la vicenda. A fine dicembre il Governo aveva previsto 2,4 miliardi di entrate dalla vendita delle frequenze, ma aveva anche anticipato che “nel caso in cui si verifichino o siano in procinto di verificarsi scostamenti rispetto alla previsione” avrebbe provveduto alla riduzione lineare delle spese di ciascun ministero (con la sola eccezione del Fondo per l’università, della ricerca e del 5 per mille). Di qui l’accantonamento di 55 milioni, sottratti alle politiche sociali per il contrasto della povertà e la coesione sociale.
Una brutta vicenda di scarsa trasparenza, tagli occulti, norme oscure e redistribuzione perversa. 
Poniamo dunque ai ministri Tremonti (Economia) e Sacconi (Lavoro e politiche sociali) le seguenti domande: a quanto ammonta il minor gettito dalla banda larga? Come erano state fatte le previsioni? Dove sono stati operati i tagli? Con quali criteri? Quando e come verranno reintegrati i fondi? A quale nozione di equità si ispirano i tagli lineari?

Allarme di Confindustria «Stop ripresa, Italia schiacciata»


Il rapporto: «Paese schiacciato tra recessione violenta e ripresa lenta»

La fase di recupero dopo la crisi economica in Italia ha «frenato» dopo il primo semestre 2010. «La produzione industriale italiana è quasi ferma ai livelli dell'estate 2010», con un +0,1% di crescita media mensile da luglio 2010 a marzo 2011, «e dista dal massimo precrisi (-26,1%) ancora molto, -17,5%». Lo rileva il rapporto sugli scenari industriali del Centro Studi di Confindustria che sottolinea: «Il Paese rimane ad alta vocazione industriale ma spicca per la flessione dell'attività registrata nell'ultimo triennio (-17% cumulato), doppia o tripla di quelle delle maggiori concorrenti (peggio ha fatto solo la Spagna)». I nostri imprenditori «devono essere tre volte più bravi degli altri» per sopravvivere «in un contesto competitivo così carente», è il commento del direttore del centro studi, Luca Paolazzi